DIETRO SIMON CRACKER













La maggior parte delle trasformazioni di Simon Cracker avviene in Romagna. A Milano spettano le rifiniture e gli aggiustamenti veloci prima degli show. Milano è il palcoscenico dove la collezione prende vita, ma a Cesena c’è il vero backstage. Simon Cracker è un brand di upcycling nato nel 2010, quando ancora di upcycling si parlava molto poco. Oggi vogliamo raccontarvi la parte meno patinata di questo lavoro: il processo, che non è né industriale né costruito per essere perfetto. Ci sono i garage che, negli anni, sono diventati magazzini. Ed è proprio qui che si trova uno dei punti di forza del brand: la possibilità di raccogliere e conservare materiali e capi nel tempo, per poter sviluppare le collezioni esattamente come vogliamo. Avere armadi pieni di completi sartoriali ci permette di dare continuità a un modello. Lo stesso vale per camicie, pantaloni e accessori. I materiali vengono raccolti continuamente. Quelli che fanno parte dei codici del brand devono essere riassortiti costantemente: bottoni, cravatte e dettagli che magari non servono per la collezione successiva, ma che sappiamo potranno essere utilizzati tra qualche anno. È un lavoro molto più lungo e complesso di quanto si possa immaginare. Lavorare con l’upcycling e riuscire a garantire una disponibilità di pezzi anche oltre quelli presentati in sfilata richiede tempo. Servono anni per raccogliere abbastanza capi di una determinata tipologia e poterli poi manipolare, sperimentare e trasformare. Si procede per tentativi, sperimentazioni e prototipi. E, una volta trovata la nostra “ricetta”, possiamo replicare il processo anche quando arriva una richiesta. Non lavoriamo con cartamodelli tradizionali, ma con ricette costruite nel tempo. Quello che vedete in passerella nasce anche da tutto questo: da un archivio vivo, da materiali raccolti negli anni e da un lavoro quotidiano che, molto spesso, rimane lontano dai riflettori. Il vero backstage di Simon Cracker è qui.
Most of Simon Cracker’s transformations take place in Romagna. Milan is where the finishing touches and quick adjustments happen before the shows. Milan is the stage where the collection comes to life, but Cesena is where the real backstage takes place.
Simon Cracker is an upcycling brand founded in 2010, when very few people were talking about upcycling. Today, we want to show you the less glamorous side of this work: the process, which is neither industrial nor designed to be perfect.
There are garages that, over the years, have become storage spaces. And this is precisely where one of the brand’s greatest strengths lies: the ability to collect and preserve materials and garments over time, so that collections can be developed exactly as we envision them.
Having wardrobes full of tailored suits allows us to give continuity to a particular model. The same goes for shirts, trousers and accessories. Materials are collected continuously. Those that are part of the brand’s codes need to be constantly replenished: buttons, ties and details that may not be needed for the next collection, but that we know could be used a few years from now.
It is a much longer and more complex process than one might imagine. Working with upcycling and being able to guarantee the availability of pieces beyond those presented on the runway takes time. It can take years to collect enough garments of a specific type and then have the opportunity to manipulate, experiment with and transform them.
The process is driven by trial and error, experimentation and prototypes. And once we have found our “recipe,” we can replicate the process whenever a request comes in. We don’t work with traditional patterns, but with recipes developed over time.
What you see on the runway is also the result of all this: a living archive, materials collected over the years, and a daily practice that very often remains away from the spotlight.
The real backstage of Simon Cracker is here.
COS’É IL CRACKER MERCH?







Il Simon Cracker merch, come potete vedere sul nostro sito, è una pagina a parte con un collegamento esterno. È il nostro modo di collaborare con un’azienda per creare prodotti economicamente alla portata di tutti.
La nostra battaglia, come sapete bene, è anche contro i prezzi troppo alti che la moda ha raggiunto in questo momento, spesso senza una reale giustificazione. Pensiamo, per esempio, a una T-shirt da 1.500 euro: anche se realizzata nel migliore dei modi e nella maniera più lussuosa possibile, è difficile giustificare un prezzo del genere.
Noi, in maniera molto democratica, abbiamo deciso di realizzare T-shirt, cappellini, accessori e borse come se Simon Cracker fosse una band, con un merch venduto sulla bancarella fuori dal concerto. Prezzi che partono da 30 euro, perché non vogliamo che il brand diventi un “vorrei, ma non posso” per una questione economica.
Abbiamo anche noi una parte couture: i nostri one-of-a-kind richiedono molto tempo di ricerca dei pezzi e dei materiali, oltre a tempo di manipolazione e lavorazione. Ma volevamo anche mettere a disposizione capi e accessori più semplici e accessibili, pensati per chi ama Cracker e il concetto che c’è dietro, ma non necessariamente veste come la nostra crew durante le sfilate.
Come facciamo a rimanere sostenibili con una linea creata con un’azienda?
Noi non facciamo produzione e non abbiamo un magazzino. Infatti, lo specifichiamo sempre: ogni ordine non arriverà a casa vostra con la velocità di Amazon o delle altre grandi piattaforme.
Ogni T-shirt, borsa o cappellino viene creato apposta per voi, senza produrre stock in anticipo. Sarebbe stato un controsenso: noi passiamo il nostro tempo a salvare i fondi di magazzino degli altri, non potevamo certo metterci anche noi ad accumulare cose.
Per questo il merch viene realizzato on demand: produciamo ciò che viene ordinato, evitando di creare scorte inutili.
E vi ringraziamo, perché ogni vostro ordine contribuisce a tenere in piedi Simon Cracker. La vostra fiducia, per noi, è davvero importante.
MARIAM E SIMON CRACKER
Questa storia meravigliosa è stata curata da Mariam Soliman, ignorando le stagioni e le tempistiche, ma creando un racconto che avesse un senso. Ha utilizzato l’archivio Simon Cracker, scegliendo i pezzi che le parlavano più chiaramente, per arrivare infine a un risultato cinematografico.























Mariam ha lavorato, sfilato e fatto parte della crew, e rimarrà sempre nel cuore di tutti.
FAME DI FOMO T-SHIRT, perchè?


La maglietta FOMO nasce da una riflessione su cosa significhi oggi avere la Fear of Missing Out: da dove nasce questa smania di essere ovunque, di partecipare alle cose che fanno tutti e, soprattutto, chi siano davvero questi “tutti”.
Perché lo facciamo? Se fosse semplicemente il desiderio di esserci, di vivere un’esperienza perché ci interessa davvero, sarebbe qualcosa di sano. Anche un tempo, io e i miei amici amavamo essere un po’ dei prezzemolini a Milano: ci piaceva esserci, vivere la città, partecipare alle cose. Ma lo facevamo per viverle.
Oggi, invece, sembra che esserci non sia più sufficiente. Bisogna testimoniare di esserci stati. Fare una foto, girare un video, pubblicare una storia, lasciare una traccia che confermi a un pubblico che quella cosa è stata fatta.
Ed è qui che nasce il concetto di “Fame di FOMO”: la stampa gioca proprio sulla sovrapposizione delle due parole, fame e FOMO, che si assomigliano visivamente e si sposano nel significato. Una fame di esperienze, ma anche una fame di conferme.
Paradossalmente, la nuova generazione non sembra essere necessariamente quella più vittima di questo fenomeno. La FOMO più estrema sembra appartenere, in molti casi, ai millennial e soprattutto ai boomer, che sembrano aver trasformato il bisogno di esserci in un bisogno quasi compulsivo di dimostrarlo.
Esserci. E, se ci sei, confermalo.
Il paradosso è che, nel momento in cui ci fermiamo a fotografare e filmare ciò che stiamo vivendo per poterlo mostrare agli altri, rischiamo di perderci proprio quello che conta: l’esperienza vissuta con i nostri occhi, nel momento in cui accade.
Giulia Martinelli e Simon Cracker: non poteva essere altrimenti.

Giulia è sempre stata in prima fila alle sfilate di Simon Cracker. Ma da qualche stagione a questa parte, per Simone e Giulia sono cambiate molte cose. Percorsi personali che vanno oltre ciò che si vede all’esterno li hanno avvicinati, uniti in un pensiero comune che attraversa tanti aspetti, compreso quello creativo.
Giulia e Simone, spesso, alla fine degli show si abbracciavano emozionati. Ancora prima di ritrovarsi insieme nell’organizzazione del loro primo show, lo scorso giugno, quando Giulia ha chiuso la sfilata indossando l’abito più importante: un abito che racchiudeva, forse, molte cose. O forse soltanto un pensiero semplice.
Un abito che nasceva da una tenda semitrasparente, che non nasconde ma, al contrario, mostra con sincerità ciò che il cuore non riesce a trattenere. E poi esplodeva in un bouquet di crinoline e gonne di tulle, costruito con i tessuti e le strutture di 30 abiti da sposa vintage riciclati insieme alla crew.
L’idea era quella di rompere un abito tradizionale, ma anche di rompere schemi e tradizioni per dare vita a un nuovo modo di vedere le cose: accettarle e farsi accettare, essere onesti, liberarsi dalle sovrastrutture e unirsi tutti insieme per dare vita a qualcosa di nuovo.
Forse qualcosa che cambierà il futuro. O, più semplicemente, che farà parte delle fondamenta di un nuovo modo di fare moda: una moda che non è più soltanto superficie, immagine e perfezione, ma che parte dal sentirsi bene. Anche semplicemente in un backstage, prima di una passerella perfetta e impeccabile.
Perché la crew non smette mai di crescere. E, insieme a lei, continuano a crescere le idee, le persone e le possibilità di immaginare un modo diverso di fare moda.
OLTRE IL COMUNICATO STAMPA


Anche nel comunicato stampa è come se avessi scritto una lettera con tutto quello che mi ha portato a questo show. Ma ci sono tante cose, pensieri e riflessioni che non sono state dette né scritte.

Le mie zie sono protagoniste, ma in realtà protagonista è il concetto di ZIA: quella figura accogliente che ti fa sentire a casa, che è complice, che ti affianca in ogni tua scelta, anche quando significa andare contro i genitori. Per me “zia” è un concetto che non ha genere. È una figura che esiste, e che ho voluto impregnare nei capi della collezione donna Fall/Winter 2026-27, che è, come sempre, genderless.
È una collezione fiabesca: ci sono principi con mantelle fatte di gatti e pelo riciclato e colorato, principesse della moda con gigantesche gonne-fiocco di pelle. Perché sì, la moda mi piace, e nella mia testa si scompone e si ricompone attraverso moltissimi codici. Quello che è moda per me può non esserlo per qualcun altro, e mi piace approfondire questa idea soprattutto nelle collezioni donna, più che in quelle maschili, perché sento di vedere le cose più chiaramente quando costruisco un discorso intorno alle donne.
Devo tantissimo alle donne. Mi sono sempre circondato di loro proprio per questo: con le donne ho sempre sentito di poter essere sincero, di poter essere me stesso.
Da bambino giocavo quasi solo con le bambine. Stavo con mia cugina come se fossimo attaccati, in una maniera quasi maniacale. Poi c’erano mia madre, mia nonna, le mie zie di ogni età e anche le prozie, che mi hanno viziato all’infinito. Oggi sono diventate protagoniste, con le loro stranezze, le loro personalità coloratissime, i loro modi di essere.
Sono state un ingrediente fondamentale, forse l’influenza più grande, delle mie storie.
Anche uno zio che ti prepara un piatto di pasta è un po’ ZIA.
Le Spice Girls, quando ero piccolo, erano le mie zie immaginarie.
E proprio per questo la sfilata è iniziata con le voci delle mie zie: le sorelle di mia nonna Alba, che mi hanno mandato dei messaggi audio per farmi gli auguri per lo show. C’era anche mia nonna, che a sua volta è una zia, emozionata, che mi salutava.
Sono entrate così nella sfilata, nel modo più intimo e reale possibile: attraverso le loro voci.

SANS SOLEIL E SIMON CRACKER
Simone e Camilla Brustio sono amici da tanto tempo e sono due creativi che, a volte, uniscono le loro energie anche in progetti in cui i loro mondi si incontrano e si fondono: Simone Cracker e Sans Soleil dialogano, i gioielli di Camillano completano i look Punkindness o, al contrario, sono i capi a esaltare le piccole opere d’arte che decorano il viso. E non solo.
Simone Botte ha spesso posato per i lookbook di Sans Soleil, mentre Camilla fa da sempre parte della Cracker Crew e sfila quasi sempre con i look couture che chiudono la collezione. In un paio di occasioni è stata proprio lei a indossare l’abito finale, chiudendo la sfilata.
Due creativi, due universi distinti ma profondamente affini, che nel tempo hanno saputo incontrarsi, contaminarsi e valorizzarsi a vicenda, dentro e fuori dalla passerella.
Chissà cosa ci riserverà il futuro di questi due creativi…
